mercoledì 22 giugno 2016

Un Tesoro nel Tempo

Da "Brodo caldo per l'Anima"

Coloro che amano oltre la vita terrena non possono essere separati. La morte non può uccidere ciò che non muore mai.
                            William Penn

"L'autostrada 40 si stendeva all'infinito davanti a me; stavo ritornando a casa dopo la prima riunione di famiglia senza Bob, era il giugno del 1995. Ero travolta dai ricordi dei nostri nove brevi anni di matrimonio.
Lavoravamo entrambi per la Social Security Amministration e tre anni prima avevamo accettato un trasferimento a Oklahoma City, di cui avevamo bisogno per qualsiasi futura promozione.
Nel febbraio del 1995 mi recai a Dallas, in Texas, per un corso d'aggiornamento di dieci settimane, necessario per un avanzamento di carriera. Il mio soggiorno in quella città fu interrotto prima del previsto dalla notizia che una bomba  aveva sventrato l'Alfred P. Murrah Building, a Oklahoma City.
Il mio Bob si trovava in quel edificio.
Quando ci incontrammo per la prima volta, lui stava registrando un nastro di canzoni d'amore  intitolato Vent'anni d'amore, raccolte qua e là da album e quarantacinque giri presi in prestito da amici, tra cui donne prive di legami e con i loro impegni. Gli dissi che poteva utilizzare la mia raccolta di dischi e gli chiesi di includere il mio preferito, I Just Called  to Say I Love You di Stevie Wonder.
Prima ancora che Bob avesse terminato il nastro, uscivamo  insieme già da varie settimane e un  sabato mi chiamò dicendo che aveva una sorpresa per me.
Quando salii in macchina e ci dirigemmo verso l'autostrada, lui estrasse una cassetta e l'infilo' nel mangianastri. Udii la mia voce, presa da un messaggio che una volta gli avevo lasciato nella segreteria "Ho chiamato soltanto per..." e la frase si dissolse lasciando il posto alla musica di Stevie Wonder: "Questa è apposta per te", disse.
Il ricordo mi fece venire le lacrime agli occhi. Mi stavo avvicinando alla linea di confine
dell ' Oklahoma e mi capitò di vedere la scritta "Oklahoma trading Post a 80 chilometri -
Uscita 287".Mi venne in mente che al ritorno dalle riunioni con la famiglia in Florida, Bob  e io ci ripromettevamo sempre di visitare quel negozio, ma non l'avevamo mai fatto. Avevamo già riempito il serbatoio un paio di uscite prima, eravamo stanchi, volevamo soltanto arrivare a casa "Questa volta", decisi, "voglio fermarmi"..."
Continua...

sabato 18 giugno 2016

Il Messaggio dell'Imperatore

Concludo oggi la particolare riflessione di Antonio Socci che ci pone degli interrogativi su come ci rapportiamo nella vita reale:

"Il messaggio dell'Imperatore"
"Tutti questi vuoti e smarrimenti riecheggiano sia sul nostro desiderio inconsulto di essere sempre "altrove" (per l'insoddisfazione della realtà e del presente), sia nell'ansia che ci stiamo perdendo qualcosa.
Ma soprattutto si riflettono nella solitudine che viviamo, anche quando siamo circondati da tanta gente, e che ci rende annoiati e ci fa immaginare di essere "cercati" a nostra insaputa da qualcuno o raggiunti da chissà quale notizia che  cambierebbe la nostra vita o - ci basterebbe - la nostra giornata o almeno il nostro amore del momento.
Basta affacciarsi sulla letteratura, che è la grande foresta delle anime, per trovare in altra epoca "senza connessione", quella stessa nostra ansia che ci fa controllare continuamente il telefonino.
Siamo come il personaggio del racconto di Kafka che sta alla finestra ad aspettare il favoloso  "messaggio dell' imperatore" destinato a lui, messaggio che è sempre in procinto di arrivare, sempre più vicino, ma inevitabilmente in ritardo per qualche oscura ragione.

                                                                     ATTESA
Madame Bovary non aveva cellulare - e chissà quanto ossessivamente l'avrebbe usato - Ma aveva già quel vuoto, viveva già quell'attesa che permetteva a Flaubert di rappresentarla così:
In fondo all'anima, tuttavia, essa attendeva un avvenimento. Come i marinai che si sentono perduti, essa volgeva di qua e di là degli sguardi disperati, cercando in lontananza qualche vela bianca tra le nebbie dell'orizzonte.
Non sapeva che cosa aspettasse, quale caso; né da qual vento questo sarebbe portato, né a qual riva condurrebbe  lei; se fosse scialuppa o bastimento grande, se carico d'angosce o pieno di felicità fino alle murate.  Ma ogni mattina, appena sveglia, incominciava a sperare che sarebbe venuto appunto quel giorno; e ascoltava tutti i rumori, si alzava di soprassalto, si stupiva che non capitasse nulla; poi, al tramonto, sempre più triste, desiderava di esser già al domani".

Sembra quasi di vederla controllare continuamente i messaggi e svegliarsi al mattino afferrando - come prima cosa - il cellulare.
Ma se quella solitudine, quell'attesa, quel "taedium vitae (noia della vita), quella nostalgia di Non si sa cosa, c'erano già, da secoli, anzi da millenni, dalla notte dei tempi, alla radice delle anime umane, come incolpare il telefonino?
Forse dovremmo conoscere meglio noi stessi. Riconoscerci feriti e mancanti. Bisognosi di un incontro che cambia la vita.

                        Aprire gli occhi
E dovremmo magari tener presente che il "messaggio dell' imperatore",
"l'avvenimento", "la vela bianca fra le nebbie dell'orizzonte", arriva più facilmente nella concreta realtà quotidiana che nel mondo virtuale della rete.
Forse sta già bussando alla porta delle nostre giornate e non ce ne accorgiamo.
Forse se - dal telefonino - alzassimo lo sguardo sui volti, sui tramonti, sulle cattedrali delle nostre città, sulle nostre campagne, sui nostri padri e i nostri figli, sugli incontri, sui nostri santi, i nostri eroi silenziosi e i nostri artisti, ci renderemmo conto che il messaggio è già arrivato e ce lo siamo persi, Ce lo stiamo perdendo.
È in tutto quello che - con un termine generico -  chiamiamo "bello". Come scriveva Jorge Luis Borges:
"La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest'immagine di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico"."












mercoledì 15 giugno 2016

Dipendenza o potenza?

Continuo la bella riflessione di Antonio Socci sulle nostre ansie e dipendenze, senza illustrazioni per un problema al PC che non so in quanto si risolverà:
                         " Dipendenza o Potenza? "
"Secondo alcune ricerche il 60 per cento degli italiani ammette di aver sviluppato una forma di dipendenza da internet (soprattutto attraverso il telefono cellulare).
C'è una dipendenza che, anche prima di diventare patologica, crea ansia e fa vivere male, cosicché sono spuntate subito strategie di cura e disintossicazione digitale.
Ma, senza andare nel patologico -c'è una dipendenza lieve che forse riguarda tutti, se è vero, come scriveva tempo fa il Daisy Mail, che la più diffusa fobia del mondo è la "nomofobia", cioè la paura di restare disconnessione dalla rete telefonica.
Nell' eterna disputa fra gli apocalittici e gli integrati gli scenari sono estremi e senza sfumature. I primi vedono ormai l' umanità schiava della tecnologia e dei padroni di essa, milioni di persone sottoposte  a tecnostress, ore e ore di lavoro perse, legami familiari in fumo (vedi il film "Perfetti sconosciuti") e peggio ancora.
Gli integrati invece esaltano le luminose possibilità offerte dalle nuove tecnologie, che effettivamente regalano enormi vantaggi.
In realtà hanno ragione entrambi. Ma non si può nè rassegnarsi supinamente alla dipendenza digitale, né prospettare un rifiuto luddista  delle nuove tecnologie, nella sua forma snob o in quella eremitica.
Caso mai - Se il problema è la dipendenza - bisognerebbe riflettere sul "perché" di tale fenomeno. Se infatti si è calcolato che un utente comune - come ciascuno di noi - controlla il cellulare almeno 150 volte al giorno, che è obiettivamente un uso compulsivo, ciò non dipende dal cellulare, ma da noi.
In parte è provocato da un istinto automatico, ma forse in gran parte pure da una mancanza indecifrabile. Da una insoddisfazione costante.
Può servire ogni tanto  "staccare la spina" e  disintossicarsi dai micidiali aggeggi elettronici per ritrovare se stessi, ma non si risolve così il problema, perché non sappiamo chi siamo noi e perché abbiamo bisogno di "connessione", cioè cosa inconsciamente attendiamo,

Non sappiamo - per dirla col poeta -  di cosa è mancanza quella mancanza.
Non sappiamo inoltrarsi in quell'abisso che è la nostra psiche, la nostra mente è - Se vogliamo -  la nostra anima.
Provare a farlo con lo psicanalista (che ha sostituito preti e confessori) non sembra così efficace: come "meccanici" della psiche egli può (forse) riparare alcuni guasti della "macchina", ma non può dirti da dove vieni, né chi sei, né dove vai, né perché, né con chi. Soprattutto non può dirti chi cerchi e cosa ti manca."

Non finisce qua la riflessione, intanto pensiamoci....
La prossima parte avrà un titolo allettevole: Il messaggio dell' imperatore...



sabato 11 giugno 2016

Attesa di cosa?

Antonio Socci è un giornalista e scrittore che conosco e ammiro da tanto tempo. Scrive in modo chiaro, semplice e documentato, non cavalcando le tendenze del momento, ma esprimendo e difendendo i valori cristiani in cui crede e che professa nella vita..
Un suo articolo di qualche giorno fa mi ha molto colpito e poiché riguarda gran parte di noi ne offro una parte alla vostra attenzione e riflessione:

"NON SAPEVA CHE COSA ASPETTAVA"
da Libero del 5 giugno 2016
"I trent'anni di internet in Italia che si festeggiano in questi giorni non sono soltanto un avvenimento tecnologico, ma anche neurologico.
È una specie di superamento che abbiamo a disposizione sempre e dovunque con il nostro telefonino. Ma non si tratta solo delle infinite cose che possiamo trovare, conoscere, vedere, scoprire in un istante, da qualunque luogo.
Con la rete ognuno si trova dotato di un corpo più esteso, di occhi, di orecchi, mani e piedi piu potenti. Siamo  costantemente connessi col mondo, in qualche modo possiamo essere contemporaneamente in molti luoghi diversi e farci sentire ai quattro angoli del pianeta. È un potere straordinario. Tuttavia è anche rischioso perché con la mente rischiamo di essere sempre altrove, sempre "fuori", così possiamo perdere o dimenticare la strada di casa, il nostro "io".
Infatti la grande chance è diventata subito anche un rischio patologico.
L'esperto fa la diagnosi: connessi con il mondo, ma sconnessi da noi stessi"
.
Se ci capita di dimenticare il telefonino a casa e ce ne accorgiamo, ci prende una certa ansia temendo di essere  privati di qualcosa di importante che ci poteva essere comunicato e al ritorno ci accorgiamo magari che nessuno ci ha chiamato.
Eppure l' uomo ha vissuto per parecchie migliaia di anni senza telefono ed il progresso ha continuato ad avanzare.. Mah, ci siamo procurati tanti vantaggi, ma anche tante schiavitù e ansie...