sabato 18 giugno 2016

Il Messaggio dell'Imperatore

Concludo oggi la particolare riflessione di Antonio Socci che ci pone degli interrogativi su come ci rapportiamo nella vita reale:

"Il messaggio dell'Imperatore"
"Tutti questi vuoti e smarrimenti riecheggiano sia sul nostro desiderio inconsulto di essere sempre "altrove" (per l'insoddisfazione della realtà e del presente), sia nell'ansia che ci stiamo perdendo qualcosa.
Ma soprattutto si riflettono nella solitudine che viviamo, anche quando siamo circondati da tanta gente, e che ci rende annoiati e ci fa immaginare di essere "cercati" a nostra insaputa da qualcuno o raggiunti da chissà quale notizia che  cambierebbe la nostra vita o - ci basterebbe - la nostra giornata o almeno il nostro amore del momento.
Basta affacciarsi sulla letteratura, che è la grande foresta delle anime, per trovare in altra epoca "senza connessione", quella stessa nostra ansia che ci fa controllare continuamente il telefonino.
Siamo come il personaggio del racconto di Kafka che sta alla finestra ad aspettare il favoloso  "messaggio dell' imperatore" destinato a lui, messaggio che è sempre in procinto di arrivare, sempre più vicino, ma inevitabilmente in ritardo per qualche oscura ragione.

                                                                     ATTESA
Madame Bovary non aveva cellulare - e chissà quanto ossessivamente l'avrebbe usato - Ma aveva già quel vuoto, viveva già quell'attesa che permetteva a Flaubert di rappresentarla così:
In fondo all'anima, tuttavia, essa attendeva un avvenimento. Come i marinai che si sentono perduti, essa volgeva di qua e di là degli sguardi disperati, cercando in lontananza qualche vela bianca tra le nebbie dell'orizzonte.
Non sapeva che cosa aspettasse, quale caso; né da qual vento questo sarebbe portato, né a qual riva condurrebbe  lei; se fosse scialuppa o bastimento grande, se carico d'angosce o pieno di felicità fino alle murate.  Ma ogni mattina, appena sveglia, incominciava a sperare che sarebbe venuto appunto quel giorno; e ascoltava tutti i rumori, si alzava di soprassalto, si stupiva che non capitasse nulla; poi, al tramonto, sempre più triste, desiderava di esser già al domani".

Sembra quasi di vederla controllare continuamente i messaggi e svegliarsi al mattino afferrando - come prima cosa - il cellulare.
Ma se quella solitudine, quell'attesa, quel "taedium vitae (noia della vita), quella nostalgia di Non si sa cosa, c'erano già, da secoli, anzi da millenni, dalla notte dei tempi, alla radice delle anime umane, come incolpare il telefonino?
Forse dovremmo conoscere meglio noi stessi. Riconoscerci feriti e mancanti. Bisognosi di un incontro che cambia la vita.

                        Aprire gli occhi
E dovremmo magari tener presente che il "messaggio dell' imperatore",
"l'avvenimento", "la vela bianca fra le nebbie dell'orizzonte", arriva più facilmente nella concreta realtà quotidiana che nel mondo virtuale della rete.
Forse sta già bussando alla porta delle nostre giornate e non ce ne accorgiamo.
Forse se - dal telefonino - alzassimo lo sguardo sui volti, sui tramonti, sulle cattedrali delle nostre città, sulle nostre campagne, sui nostri padri e i nostri figli, sugli incontri, sui nostri santi, i nostri eroi silenziosi e i nostri artisti, ci renderemmo conto che il messaggio è già arrivato e ce lo siamo persi, Ce lo stiamo perdendo.
È in tutto quello che - con un termine generico -  chiamiamo "bello". Come scriveva Jorge Luis Borges:
"La musica, gli stati di felicità, la mitologia, i volti scolpiti dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa, o qualcosa dissero che non avremmo dovuto perdere, o stanno per dire qualcosa; quest'immagine di una rivelazione, che non si produce, è, forse, il fatto estetico"."












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