domenica 10 dicembre 2017
Assaporare la Dolcezza della Vita
Da "Brodo caldo per l'anima"
Pensa positivo
Nel 1964 a LaPaz, in Bolivia, la fornitura di luce e acqua veniva interrotta ogni giorno alle 12:00 in punto. Lo sapevamo e accettavamo il razionamento come parte della vita.
A mezzogiorno spaccato, le luci e la radio cessavano di funzionare e la buela( la nonna) sospirava dopo aver ascoltato un altro episodio del Conte di Istanbul, la sua soap opera radiofonica preferita. L'unica lampadina appesa al soffitto si spegneva, gettando la minuscole News Cola cucina in un'oscurità ancora più fissa noi portavamo avanti le nostre abitudini una volta tornati da scuola, io e mio fratello svolgeva amo un compito semplice e banale con i secchi di metallo che ondeggiavano al nostro fianco uscivamo dal cancello arrugginito e correvamo giù per Langusta discesa sterrata IPsec i sfera gli avevano mentre posava amo i piedi sulle pietre che usavamo a mo' di scalini il sentiero era ripido, disseminato di erbacce punti irregolari, sassi e detriti lì una volta raggiunto il campo polveroso, evitavamo i cani randagi che, comunque il loro corpi scheletrici e il loro pelo arruffato annunciavano qua e là in cerca di cibo. Poi scava il cava amo le pozze di fango e correvamo verso il rubinetto pubblico. di luce e acqua veniva interrotta ogni giorno alle 12:00 in punto . Lo sapevamo e accettava mo il ragionamento come parte della vita a 12:00 spaccato , le luci e la radio cessa vano di funzionare e la bella la nonna sospiro va dopo aver ascoltato un altro episodio del Conte di Istanbul la sua shop opera radiofonica preferita l'unica lampadina appesa al soffitto si spegneva , dettando la minuscole minuscola cucina in un oscurità ancora più fitta noi portavamo avanti le nostre abitudini una volta tornati da scuola , io e mio fratello svolgeva mo un compito semplice e banale con i secchi di metallo che onde già vano al nostro fianco uscivamo dal cancello arrugginito e corre ramo giù per la busta discesa sterrata i secchi Ferrara vano mentre potevamo i piedi sulle pietre che usava mo amo di scalini il sentiero era rigido , di seminato di erbacce punti irregolari , sassi e detriti una volta raggiunto il campo polvere uso , evita va mohicani randagi che , con loro corpi scheletri CEI loro te lo ha rubato al usavano qua e là in cerca di cibo . Poi scavalcare amo le pozze di fango e correva mo verso il rubinetto pubblico . Rischiando con gli amici che incontravamo sul nostro cammino mettevamo i nostri secchi in fila dietro quelli dei vicini il ritorno era più duro punto i secchi, pieni e pesanti virgola stendevano i rendevano il percorso ancora più lungo, perché ci fermavamo spesso per riposarci punto mentre il freddo vento delle Ande ci tagliava la faccia, mi sedevo su un masso e guardavo mio fratello che gettava rami secchi giù per il precipizio Allora
martedì 28 febbraio 2017
Un Santo allegro e simpatico
Viviamo tempi difficili e poco allegri e ci fa bene conoscere un pò una persona che in ogni difficoltà ha saputo vivere in modo scherzoso ed ottimista,
Piero Lazzarin presenta san Filippo Neri in modo piacevole ed edificante. È un invito a cercare di vivere in modo più 'leggero'..
"Una frase di Filippo "Pippo" Neri che merita di essere meditata per la sua bruciante attualità:"È possibile restaurare le umane istituzioni con la santità -egli diceva non restaurare la santità con le istituzioni". La proferì in pieno clima di controriforma, quando abbondavano i profeti di sventure, i tetri accusatori, coloro che invocavano il braccio forte delle istituzioni per ridare slancio e autorità alla chiesa, dimenticando -e Filippo glielo voleva appunto ricordare - che solo l'amore di Dio e la santità possono portare sollievo alla chiesa.
Non fosse stato l'uomo di Dio che tutti ammiravano, a Filippo una lavata di capi da parte del Sant'Uffizio non gliela avrebbe risparmiata nessuno.
Ma a quel tempo Filippo, "Pippo bono" per gli amici, guai a toccarlo! Brillante, spiritosi, la battuta sempre pronta e pungente (da buon toscano) e tanta bontà, tanta comprensione e disponibilità per tutti, era diventato l'idolo dei monelli scarmigliati e inselvatichiti delle borgate romane. Li aveva raccolti nell'"Oratorio del divino amore" per dirozzarli, tenerli allegri, lontano dalle cattive compagnie e farli crescere uomini di dignità e cristiani per convinzione.
Per questi ragazzi, per la salute delle loro anime e dei loro corpi, Filippo non esitava a mendicare per le strade o alle porte dei sontuosi palazzi. Un giorno un signore, ritenendosi infastidito dalle sue richieste, pensò di toglierselo di torno appioppandogli un ceffone. Filippo non si scompose:"Questo è per me -e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi".
Filippo era nato a Firenze nel 1515. Figlio di un notaio, rimase presto orfano della madre. Ebbe, nonostante quella perdita, un'infanzia serena, favorita anche dalla sua indole mite e allegra. Studiò musica, poesia e amò la bellezza della natura. A diciotto anni venne mandato a Cassino da uno zio mercante a imparare un mestiere. Dal bancone della bottega, lo sguardo poteva spaziare sul colle di Cassino sormontato dalla gloriosa abbazia, e dopo un pò Filippo non ebbe occhi che per quella!
Ma non era tagliato per la vita di monaco, Bazzico' per qualche mese i benedettini, ma poi decise di trasferirsi a Roma. dove seguì i corsi di studio che si tenevano alla Sapienza.
Neppure nello studio però trovò quello che cercava, tant'è vero che, a ventiquattro anni, fece un fascio di tutti i libri che aveva (si tenne solo la Bibbia e la Summa Theologica di san Tommaso) e li vendette al mercato distribuendo il ricavato ai poveri..Dopo di che si trasformò in predicatore ambulante e in assiduo frequentatore dei quartieri più poveri della città, degli ospedali più abbandonati, delle carceri più tetre, portando ovunque, con la sua ilarità di toscanaccio purosangue, la testimonianza della più calda carità cristiana.
Nel 1551, a trentasei anni, ottenne di essere ordinato sacerdote. Subito dopo organizzò il suo primo oratorio, seme dell'istituzione che nel 1575 verrà definitivamente approvata con il titolo di "Congregazione dell'oratorio" perché fosse continuata nel tempo e possibilmente con il suo stile ("educare divertendo") la sua attività a favore dei ragazzi.
Per aver gettato in gioventù tutti i suoi libri (gesto che ripeterà poco prima di morire dando alle fiamme, stavolta, i suoi manoscritti), non dobbiamo pensare a Filippo come a uno zoticone ignorante. Tutt'altro! Aveva una solida cultura: fu consigliere di umili, ma anche di uomini illustri come papa Clemente VIII e San Carlo Borromeo.
Filippo era molto ricco interiormente, era umanissimo nei rapporti con gli altri e francescanamente aperto alla gioia di vivere, alla serenità, all'accettazione di sé e dei propri limiti, "Ritirati, Signore, ritirati, Trattiene l'onda della tua grazia", diceva quando aveva il cuore gonfio di felicità e di riconoscenza. Nello stesso tempo pregava il Signore di tenergli una mano sul capo "altrimenti Filippo, senza il tuo aiuto, ne fa qualcuna delle sue".
Durante la messa era a volte rapito in estasi, ma lui, per limitare quei "voli" che potevano tramutarsi in vanagloriosi spettacoli, teneva accanto al messale, pronto per l'uso, il libro delle Facezie del pievano Arlotto.
A messa conclusa, nel congedare i fedeli, era solito dire "La vostra ora di preghiera è finita, ma non il tempo di fare il bene", Era bravissimo nel tradurre in brevi massime la dottrina e la sapienza spirituale del cristianesimo e molti suoi detti, tramandati oralmente sono entrati a far parte del patrimonio di moltissime generazioni, e ciò dimostra il grande e decisivo influsso da lui esercitato sulla vita religiosa e sociale del suo tempo.
Morì a ottant'anni, dopo aver più volte rifiutato il cardinalato. I medici, esaminando la sua salma, trovarono il muscolo cardiaco più voluminoso del normale, mentre due costole si erano inclinate per far spazio ai battiti di quel cuore colmo d'amore per Dio e per gli uomini. Venne canonizzato dopo un processo ricchissimo di testimonianze nel 1622, da Gregorio XV.
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domenica 19 febbraio 2017
Saggi Consigli
Nessuno ha più bisogno di un sorriso di colui che non ha più nulla da offrire (Cina)
Meglio un pezzo di pane sotto a una pianta, che un banchetto in prigione (India)
Ci vuole tutta una vita per capire che non è necessario capire tutto (Cina)
Erbe velenose crescono anche fra le erbe medicinali (Tibet)
Sorridi alla vita e la vita ti sorride (Cina)
It rimedio contro i tempi avversi è la pazienza (Arabia)
Il fondo del cuore è più profondo del fondo del mondo (Cina)
La sporcizia si toglie lavando, l'abitudine non si elimina facilmente (India)
I corvi sono dappertutto ugualmente neri (Cina)
L' insetto silenzioso attraversa la muraglia (Giappone)
È saggio essere severi verso se stessi e benevoli verso gli altri (Cina)
È meglio un nemico intelligente che un amico sciocco (Arabia)
domenica 12 febbraio 2017
Carnevale di VENEZIA, Omaggio al suo Passato
Da "STORIA DI VENEZIA" di Paolo Scandaletti
La voglia di vivere
La voglia di vivere, di abbigliarsi e far festa si esprimeva al suo acme nel Carnevale che non aveva eguali al mondo, coinvolgendo tanti: patrizi, popolani e foresti. Lo hanno descritto ed esaltato cronisti, poeti e scrittori come Voltaire nel suo"Candide": lo hanno raffigurato i pittori di secolo in secolo, fino a Canaletto, Guardi e Heinz. E naturalmente criticato censurato. Già nel 1567 contro le sue follie tuonava dai pulpiti veneziani un prete giovane e smilzo che studiava"leggi" a Padova e che sarebbe diventato una delle guide della Chiesa, il cardinale Roberto Bellarmino. Galileo invece, anche lui a Padova come giovane professore di matematica, si sarebbe entusiasmato per gli svaghi veneziani e vi avrebbe preso parte spesso con l'amico Giovanfrancesco Sagredo, assecondando la sua natura vitale e gaudente.
In maschera si mettevano tutti: la stragrande maggioranza indossava il*tabarro", cioè un manto nero che arrivava fino ai piedi, il tricorno in testa, sul volto la "larva" bianca a coprire gli occhi e la"bauta", la classica mantellina che scendeva sulle spalle. In tal modo nessuno avrebbe potuto riconoscere nessuno e questo consentiva di fare tutto ciò che in abiti normali, non sarebbe stato conveniente o agevole. Così si avventuravano tra la folla il Doge e i nobiluomini, le signore e le cortigiane, le carampane e le donnette, i pescivendoli e i Notari, e perfino frati, monache e e il nunzio apostolico.
Il tocco pittoresco e variopinto era dato invece dai veri travestimenti nei panni di maschere tradizionali come Arlecchino, Pantalone, Balanzone, Brighella, Pulcinella e Colombina, o in quelli più generici di diavoli, streghe, straccioni, lavandaie e serve, turchi, tedeschi, spazzacamini, straccivendoli, armeni, ebrei, assassini, avvocati e medici.
Ai poveracci era consentito per un giorno di indossare anche la toga nera ed accedere ai palazzi dei patrizi: ai nobili travestiti da popolani di entrare nelle osterie malfamate e nei bordelli di second'ordine; alle loro donne di uscire senza cavalier servente e infilarsi furtive nelle stanze delle locande con qualche aitante gondoliere.
Tenendo conto che a Venezia qualsiasi occasione era buona per far festa e bisboccia, appare quasi anacronistico che il Carnevale avesse un suo calendario che si apriva con la prima domenica di ottobre, si sospendeva per Natale, riprendeva fino alla Quaresima e ancora dopo la Pasqua fino alla festa dell'Ascensione.
Come sempre, il clou si raggiungeva nei giorni "grassi", in particolare il giovedì, allorché nel Carnevale veniva ufficialmente coinvolto il Palazzo: alla Loggia Foscari si affacciava il Doge con i famigliari e la Signoria, mentre ai lati, sotto le arcate gotiche, c'erano i senatori, i capi del Consiglio dei Dieci, procuratori, savi e avogadori.
Nella sottostante piazzetta e in piazza, stipati davanti alla Basilica, si radunavano migliaia di Veneziani e foresti accorsi per vedere i "zoghi" e i "foghi" che si svolgevano per ricordare la vittoria sul patriarca di Aquileia, Ulrico avvenuta nel lontano 1170: l'ennesimo pretesto, ovviamente...
domenica 5 febbraio 2017
Voi siete la luce del mondo
Dall'Omelia del Vescovo Antonio Riboldi
"Credo che abbiamo sperimentato tutti la sensazione del l'insicurezza e dello smarrimento, che a volte sconfina nella paura, quando d'improvviso se ne va la luce di casa o per le strade, in cui stiamo camminando"
"Quando poi torna la luce, proviamo un senso di profondo sollievo e gioia, come avessimo scampato un pericolo.
Oggi l'umanità, e forse anche qualcuno di noi, per le più svariate ragioni, è come se avesse smarrito la luce della vita. Ci sentiamo avvolti da pericolose tenebre dentro e fuori.
Sentiamo tanti discorsi sulla pace, sull'onestà, ma a volte sembrano come"schiacciati" dalle tenebre del vivere quotidiano, tanto da non sapere più se sia il caso di ascoltarli e credervi."
" Per chi non ha fede, difficile, ritrovare la serenità, la luce. Viene da chiederci a chi rivolgersi, perché ce la ridoni?
Chi si è definito ' Luce del mondo' è Gesù, il Figlio di Dio, che ci ha rivelato il Volto del Padre ed è il Vivente, sempre accanto a noi...'in noi'.
"A tutto lo smarrimento dell'anima, che fa perdere il senso e la bellezza della vita, risponde oggi Gesù: parole che sono la vera 'sfida' di Dio alla cecità dell'uomo."
"Voi siete il sale della terra, ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato"
"Voi siete la luce del mondo"
"Così risplenda la vostra merce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei Cieli".
Ed ha ragione Gesù! Chi di noi si lascia penetrare dalla Sua Luce, nella vita è come se divenisse una luce per sé e per quanti lo accostano.
Forse non è facile incontrare fratelli e sorelle che sono ' luce e sale', ma grazie a Dio ce ne sono,"
domenica 29 gennaio 2017
"La Crisi" secondo Einstein
Girando a caso in vari siti internet mi sono bloccata su un articolo che ho trovato straordinario, ottimista e di stimolo per il tempo in cui ci troviamo a vivere. L'ho ritenuto perciò adeguato per questo tempo confuso e difficile.
Da "Il mondo come io lo vedo" 1931
"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore al problemi che alle soluzioni.
La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza.
L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito.
È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perche senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi
"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progresso. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
È nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore al problemi che alle soluzioni.
La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza.
L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito.
È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perche senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi
pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla
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domenica 22 gennaio 2017
L'indifferenza uccide l''Amore
Oggi è Domenica, Dies Domini, cioè giorno del Signore, e se possibile anche di riposo.
Ho già parlato della mia amica Carla Zichetti, ora in cielo, alla quale attribuisco l'ispirazione di questo blog di speranza. Soffermiamoci a meditare l'appello di un'ammalata che ho tratto dal suo libretto *La speranza e la gioia*.
Carla, ammalata, sola e con scarse possibilità finanziarie per quasi tutta la vita, a Lourdes, già in una età avanzata, aveva conosciuto tanti sofferenti, con i quali aveva stabilito un contatto telefonico ed epistolare. Era disponibile giorno e notte. Quando l'ho incontrata a Loreto mi ha rivelato che erano più di 2000. Mai, rassegnata alla sofferenza e alla solitudine, avrebbe pensato di dare inizio ad un"ministero" di consolazione e comprensione che la portò sugli ottant'anni a servirsi anche del computer per diffondere video e preghiere scaturite in momenti "particolari".
Per chi sente il desiderio di offrire vicinanza e comprensione lei è un esempio prezioso e incoraggiante, che si può intraprendere in qualsiasi momento della vita.
Riporta
"Un'amica ammalata scrive: "Quando una persona rimane sola, ci vorrebbe poco a dire una buona parola. Passo settimane, anche mesi, in cui nè figli, né nuore si ricordano di me. Ho tanta tristezza dentro: trovo pace nella preghiera e nella Santa Messa. Ora fa tanto freddo e devo girare per fare la spesa. Ho 89 anni: nessuno si è accorto che ho fatto l'elettrocardiogramma e nessuno mi ha domandato l'esito. Quanti sospiri, non mi lamento. Quando vado in Chiesa e guardò il Crocifisso, delle volte sono anche felice".
Commento di Carla"Quanta gente sarebbe contenta anche di una sola parola, di un sorriso, di una domanda: "Come Stai?". Ricordiamoci, noi che ci consideriamo sani, che la salute è un bene da spendere, la salute è una grazia da trasformare in amore, altrimenti non serve a niente:è completamente inutile.
domenica 15 gennaio 2017
La Saggezza dei Popoli
Chi è abituato a mangiare il tuo pane, avrà fame solo vedendoti ( Arabia )
Non è il sapere che è difficile, ma il fare ( Cina )
Solo quello per cui hai combattuto sarà duraturo ( Nigeria )
Non esiste un unico giorno, anche domani il sole risplendera' ( Angola )
Se sai gioire per le gioie altrui, sei il più degno abitante del villaggio ( Sudan )
Per ogni cosa che succede, solo una parte del vero si tira fuori; il resto rimane dentro
( (Tanzania )
Per quanto alta sia la montagna, un sentiero vi si trova ( Afganistan )
Chi paga il musicista, sceglie la musica ( Scozia )
La persona che parte per il viaggio, non è la stessa che 5 ora ( Cina )
La scienza dei giovani è come un campo dove il seme è appena stato gettato ( Kenya )
Chi biasimare se stesso è a metà strada, chi non biasimare nessuno è arrivato ( Cina
domenica 8 gennaio 2017
Dolci Ricordi e amaro Presente
Profonde riflessioni di Gregorio Crudo sul Natale
" Da bambino avrei voluto che il periodo natalizio fosse infinito. Mi piaceva l'armonia e la reciprocità che regnava tra le persone. Gli adulti erano premurosa verso i più piccoli e tutto era avvolto in un ovattato brusio.
Era il momento più atteso, per i dolci che sarebbero arrivati e per gli incontri che avremmo avuto. Persone care, che non vedevamo spesso lungo l'anno, si materializzavano sorridenti nei loro vestiti della festa ed era un abbracciarti ed un sorridersi che riempivano di gioia quei momenti. Ognuno portava qualcosa di buono e le tavolate che ne seguivano duravano fino a tarda ora. Noi bambini vociavamo allegri e con le tasche piene di dolcetti e qualche spicciolo che tramutavamo in piccoli ordigni da far esplodere rumorosamente.
Quei fragore, non li amavo, i botti mi lasciavano spaventato e guastavano i buoni profumi di cibo con l'accesso odore della polvere da sparo dopo ogni scoppio.
Mia madre era indaffarata e quasi non la vedevo, facevo il possibile per non starle tra i piedi e trascorrevo s giocare il tempo in strada con gli altri monelli del quartiere fintanto che la voce di mia madre non mi giungeva perentoria perché rincasassi.
Non ero un bambino disobbedienti, mi piaceva compiacere mia madre e mi rendeva felice vederla sorridere. Lei aveva sempre una buona parola per tutti anche se doveva combattere con le ristrettezze che assillavano il magro bilancio. Inventata cibi gustosi con i pochi ingredienti che poteva permettersi e in quel periodo festoso la sua cucina diventava una fucina di buoni sapori e con le cose buone, che la nonna Giovannina le faceva avere dal paese, la nostra tavola ben figurava a Natale.
Con noi a tavola c'era sempre qualche persona sfortunata che viveva in strada e poteva così, trascorrere qualche ora in compagnia, mangiando e bevendo in allegria. Era bello condividere quei momenti che se la passavano peggio di noi, restituire loro qualche sprazzo di famiglia che non avevano o che non li volevano più con loro. Nella magia di quei giorni di festa dimenticavamo di essere poveri, per noi c'era tutto quanto potessimo desiderare. L'amore e l'affetto delle persone sono il cibo che non dovrebbe mai mancare, è il principio della saggezza e la stessa essenza della vita. Ci sono felicità dentro ad ognuno di noi ed è importante saperle scoprire e mostrarle al mondo, non perché altri possano invidiarcele, ma perché ognuno di possa attingervi un buon motivo per amare di più la vita.
Adesso il Natale visto dell'adulto che sono diventato ha un sapore umano e pregno di tristezza, fatico a trovare la gioia perduta tra le macerie di questo mondo che sembra aver smarrito ogni speranza e voglia di essere felice. Ora fatico a credere che un Dio rinasce ogni anno per portare gioia e speranza, si esponga ai limiti umani, alla sofferenza ed al martirio perché gli uomini possano ritrovare la strada dell'essenziale per raggiungere un affaticamento che già potrebbe sconfiggere il male di esistere dell'umanità.
Non riesco a comprendere perché uomini non comprendano altri uomini, perché così tanta sofferenza debba essere inflitta nel momento e per conto di un Dio tanto benevolo da sacrificare se stesso per noi è, nel contempo, lasciare che l'orrore e la malvagità distruggono la sua opera mirabile.
Non c'è Dio in questo, non c'è altro che la miseria umana di non saper comprendere qual è il sono si questo vivere. Uno spreco ed un dileggio insensati. Vorrei che tornassero i fantasmi della festa a danzare allegri spargendo i mille profumi di cose buone che rendono l'animo leggero e vogliono che ognuno abbia la sua parte di gioia.
Vorrei che Natale smettesse gli abiti della festa e vestisse quelli quotidiani delle giornate normali, perché Natale è nelle strade tra la gente che vive senza speranza e non nella tregua di giorni di festa".
domenica 1 gennaio 2017
BUON ANNO...
PREGHIERA PER IL NUOVO ANNO
"Preghiera di un giovane contadino sudamericano"
Signore, alla fine di questo anno voglio ringraziarti
per tutto quello che ho ricevuto da te,
grazie per la vita e l’amore,
per i fiori, l’aria e il sole,
per l’allegria e il dolore,
per quello che è stato possibile
e per quello che non ha potuto esserlo.
Ti regalo quanto ho fatto quest’anno:
il lavoro che ho potuto compiere,
le cose che sono passate per le mie mani
e quello che con queste ho potuto costruire.
Ti offro le persone che ho sempre amato,
le nuove amicizie, quelli a me più vicini,
quelli che sono più lontani,
quelli che se ne sono andati,
quelli che mi hanno chiesto una mano
e quelli che ho potuto aiutare,
quelli con cui ho condiviso la vita,
il lavoro, il dolore e l’allegria.
Oggi, Signore, voglio anche chiedere perdono
per il tempo sprecato, per i soldi spesi male,
per le parole inutili e per l’amore disprezzato,
perdono per le opere vuote,
per il lavoro mal fatto,
per il vivere senza entusiasmo
e per la preghiera sempre rimandata,
per tutte le mie dimenticanze e i miei silenzi,
semplicemente… ti chiedo perdono.
Signore Dio, Signore del tempo e dell’eternità,
tuo è l’oggi e il domani, il passato e il futuro, e, all’inizio di un nuovo anno,
io fermo la mia vita davanti al calendario
ancora da inaugurare
e ti offro quei giorni che solo tu sai se arriverò a vivere.
Oggi ti chiedo per me e per i miei la pace e l’allegria,
la forza e la prudenza,
la carità e la saggezza.
Voglio vivere ogni giorno con ottimismo e bontà,
chiudi le mie orecchie a ogni falsità,
le mie labbra alle parole bugiarde ed egoiste
o in grado di ferire,
apri invece il mio essere a tutto quello che è buono,
così che il mio spirito si riempia solo di benedizioni
e le sparga a ogni mio passo.
Riempimi di bontà e allegria
perché quelli che convivono con me
trovino nella mia vita un po’ di te.
Signore, dammi un anno felice
e insegnami e diffondere felicità.
Nel nome di Gesù, amen.
Harley Tuberqui
sabato 31 dicembre 2016
Anno vecchio addio!
Ogni anno lasciamo indietro anche persone care che ci hanno preceduto nella realtà che, non sappiamo quando, raggiungeremo anche noi, non necessariamente secondo l'età anagrafica.
Proprio perché non ne sappiamo niente, possiamo sperare e sognare che l'anno che verrà sia speciale e ci riservi tante piacevoli sorprese.
Nulla ci vieta di immaginare avvenimenti straordinari che possono trasformare in positivo la nostra vita. La realtà, lo sappiamo bene, può risultare molto diversa, ma è auspicabile che non partiamo già con pessimismo.
L'obiettivo principale di questo blog, l'ho affermato tante volte, è quello, innanzitutto per me, di non lasciarci travolgere in modo negativo dalle situazioni spiacevoli che ci possono accadere, ma nonostante tutto vedere, non la parte mancante, ma quella esistente di un di un bicchiere riempito a metà.
A questo punto devo mettere sulla bilancia: da una parte le cose positive che ho vissuto in quest'anno e sull'altro piatto il peso notevole delle difficoltà che inaspettatamente ho dovuto accettare e fare il possibile per superarle.
Essendomi ristabilita, guardo con benevolenza l'anno in uscita dimenticando i momenti più duri, e ancora una volta non mi smentisco e mi aspetto dall'anno nuovo, le cose più belle e invito anche voi a fare altrettanto. Il bilancio, a Dio piacendo, lo faremo alla fine del 2017, con l'augurio che il nuovo anno ci garantisca almeno la pace nel mondo...
domenica 25 dicembre 2016
A Natale nel Tempo che fu...
Ricordi ovattati, silenzio, nostalgia, profumo di muschio, strade buie...
Questo post è più comprensibile a chi è avanti con gli anni come me e facilmente riporta alla memoria questa ricorrenza com'era vissuta: spirituale, meno appariscente e commerciale.
Le strade non erano illuminate, né i pochi negozi privi di dolci tentazioni, invitavano insistentemente all'acquisto di regali e leccornie da consumare il giorno di Natale.
Ricordo che i primi panettoni, pandoro, mandorlato e marron glacè apparivano solo ai primi di dicembre e noi bambini, oltre al presepe sognavano qualche regalo, che ricevevamo solo per la festa della Befana.
Non bombardati e sollecitati come ora, aspettavamo il Santo Natale ansiosi e sicuramente più fiduciosi, perché quel povero, piccolo, innocente bambino nella grotta ci avrebbe portato, ne eravamo certi, qualcosa di speciale.
Oltre alla preparazione del presepe, cui erano riservati gli ultimi giorni, cominciava a diffondersi, dai paesi nordici, la tradizione dell' albero di Natale che non era finto , ma scheletrico, non fornito da una grande distribuzione.
Erano in vendita palle ed altre fragili e costose decorazioni in vetro soffiato, per cui dovevamo fare molta attenzione, e se per caso ce ne sfuggiva di mano una, i rimproveri non ci erano risparmiati. Oltre ai pochi ornamenti, per riempire i rami sparuti e poco rigogliosi ci servivamo di ciò che a poco prezzo avevamo a disposizione: rosse caramelle Rossana Perugina, qualche piccolo mandorlato, mandarini troppo pesanti che tiravano in basso i rami, frutta secca, abbondavamo però con i fili argentati e colorati, farina e fiocchi di cotone, sognando immaginari paesaggi innevati.
Al presepe, nella mia famiglia, occupatissima in negozio in quei giorni, era delegato mio fratello che lo preparava in un piccolo sottoscala, che doveva essere sgomberato e perciò all'allestimento era riservata la vigilia. Qualche giorno prima con i suoi amici andava slla caccia del muschio necessario che diffondeva nella casa un profumo significativo.
Una vecchia capanna in ghiaino, ed un bellissimo, ma di esagerate dimensioni, Gesù Bambino di cera, con i riccioli dorati, erano il punto focale, e di grande attrazione.
L'originale Gesù bambino se l'era procurato mia madre nelle frequenti escursioni in bicicletta a Mestre, durante il tempo di guerra, barattandolo con merce di prima necessità, come aghi, filo e bottoni. Peccato, era tanto bello, ma si sono perse le tracce e nessuno sa che fine abbia fatto.
Veniva riciclata la vecchia fornitura di casette malandate, pastori scoloriti, pecore spelacchiate, stagni, ponti e animali da cortile che venivano posizionati ad hoc in modo abbastanza ripetitivo, ma ogni anno, ammirando l'opera completata ci stupivamo e la classicavamo come la migliore.
Magicamente il giorno di Natale, noi bambini trovavamo davanti alla grotta piccole scatoline di mandorlati, incredibilmente ancora in commercio, che dimostravano la vicinanza e l'attenzione dei nostri genitori.
Ho ancora ben presente e nitido il ricordo di quando, molto piccola, all' alba di un mattino di Natale, mio zio Cesco mi svegliò per annunciare a me, piccola rappresentante del gentil sesso, che nella notte Gesu Bambino era arrivato a casa nostra, e nella stanza accanto aveva portato una cuginetta, Roberta, futura compagna di giochi e a me un ombrellino nero con disegnini che ricordo ancora bene.
Vestiti a festa, cristianamente preparati con canti e funzioni religiose, in un' atmosfera di gioiosa attesa, ci preparavamoi a vivere felicemente in famiglia quella giornata straordinaria, anche perché era sempre accompagnata da allettanti mance dei parenti...su cui contavamo e che avevamo preventivamente calcolato in che modo spendere...
giovedì 22 dicembre 2016
Una Messa particolare
Giovanni Guareschi
"Messa di mezzanotte nel covo dei nemici"
" Gesù,"diceva al Cristo crocifisso dell'altare "io li aspetto a Natale. Non s'è mai dato, in tanti anni che sono qui, che siano mancati alla Messa di mezzanotte, E la notte di Natale ritorneranno. È impossibile che possano rinunciare alla Messa di mezzanotte.
Giubal, quando l'altr'anno era ricercato dalla polizia per via di quel pasticcio, la notte della Vigilia ritornò a galla e io lo vedi là in fondo, in quell'angolo, intabarrato fino agli occhi. Gesù fidatevi di me."
" Io mi sono sempre fidato di te" rispondeva il Cristo sorridendo. " Ma tu poi ti fidi di te?" "Be'... abbastanza. Però, più che altro, io mi fido di voi..."precisò don Camillo.
E venne la Vigilia di Natale, cadde la notte e la chiesa era piena di luci e di canti: ma, seduti sulle dure panche dello squallido salone della Casa del Popolo, uomini cupi ascoltavano in silenzio Peppone che leggeva roba che nessuno sapeva cosa fosse Ogni tanto, nelle pause, il vento della notte portava le note dell'organo della Chiesa ad appiccicarsi contro i vetri della salone.
La messa finì alla sveltina perché don Camillo era nervoso: aveva un chiodo piantato nel cervello, un chiodo che gli dava un fastidio tremendo.
Rimasto solo in chiesa, si svestì in fretta e andò a sbarrare la porta col catenaccio.
Camminò in su e in giù per qualche minuto. poi si fermò davanti al Cristo crocifisso.
"Gesù" disse "avete visto?"
"Ho visto" rispose il Cristo. "Ti sei fidato troppo di te, don Camillo."
"No, mi sono fidato di voi" precisò don Camillo.
"Quindi, adesso hai perso la fede in me!:
Don Camillo sì indignò.
"Gesù," protestò "questo mai. Sarebbe come uno che ha fame e li sulla tavola c'è un pezzo di pane e l'uomo dice " Lo so che Dio non mi lascerà morire di fame"" e se ne sta lì senza muovere un dito. È logico che se non allunga la mano e non prende il pane, Dio non può prendere il pane e metterglielo in bocca. Insomma, uno, anche quando ha una grande fiducia nella divina Provvidenza, non deve rinunciare a ragionare. E, ragionando, uno conclude se il pane non va verso di lui, è lui che deve andare verso il pane. D'altra parte lo dice anche la Sacra Scrittura: "Se la montagna non va a Gesù, Gesù va alla montagna".
Cristo sorrise.
"Don Camillo, veramente la frase è: "Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna".
"Perdonate", si dolse don Camillo "credetemi, io..."
"Non ho niente da perdonarti, don Camillo: non sono le parole quelle che contano, sono le intenzioni."
Don Camillo sì passò la grossa mano sulla fronte e guardò su, verso il Cristo. Ma pensava a Maometto e il Cristo, che lo sapeva, sorrise.
"Compagni," stava dicendo Peppone " adesso per finire degnamente questa democratica riunione vibrante di fede, io vi leggerò un magistrale profilo di Mao Tse Tung" quando la porta si spalancò ed entrò un grosso uomo intabarrato che, passando come un panzer tra le panche, arrivò davanti al palco sul quale stava Peppone, salì la scaletta e, spalancato il tabarro tirò fuori una vecchia cassetta grigioverde, che mise con violenza sul tavolino di Peppone.
Tutti quelli delle prime due file di panche la conoscevano a memoria, quella vecchia cassetta grigioverde, perché l'avevano vista tante volte in montagna, quando don Camillo rischiava le pallottole per arrivare fin lassù.
E si alzarono. Don Camillo sollevò il coperchio della cassetta ed ecco sorgere l'altarino da campo. Peppone intanto si era alzato ed era sceso dal palco. Don Camillo ci volse un momento e fece un grugnito.
Allora, caracollando, lo Smilzo salì la scaletta e arrivò al fianco di don Camillo, come aveva fatto tante volte lassù. Poi lo aiutò a vestirsi, accese le candele e, quando fu ora, si
inginocchiò a lato dell'altare.
Fu una messa povera, roba da soldati, quasi clandestina. Ma avevano spento le luci della sala e le candele dell'altarino facevano un bel effetto. E poi, le note dell'organo della Chiesa quelle che erano venute ad appiccicarsi ai vetri delle finestre del salone, erano ancora vive e palpitanti e così c'era anche una lontana musica nell'aria...
giovedì 15 dicembre 2016
Racconto di Natale
Giovanni Guareschi
"In una manona il tepore di un Bambinello rosa"
Si era ormai sotto Natale e bisognava tirare fuori dalla cassetta le statuette del presepe, ripulire, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone.
Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende, e tutt'e due tacquero per un bel po'.
" Vecchio Dio!" esclamò a un tratto Peppone con rabbia.
"Non avevi altro posto che venire in canonica a bestemmiare?" sì informò. calmo don Camillo. " Non potevi bestemmiare mentre eri alla sede?" " Non si può più neanche bestemmiare, in sede!" borbottò Peppone "Perché anche se uno bestemmia, deve dare delle spiegazioni". Don Camillo prese a ritoccare con la biacca la barba di San Giuseppe. "In questo porco mondo un galantuomo non può più vivere!" esclamò Peppone dopo un po'.
"E cosa ti interessa?" domandò don Camillo. " Sei forse diventato un galantuomo?".
"Lo sono sempre stato."
" Oh bella! Non l'avrei mai immaginato." Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
C'è ancora il brutto giallo dell'uccisione dei Pizzi da risolvere.
Tutti diffidano e hanno paura di tutti, compreso Peppone che teme di andare a finire in prigione, e sente il bisogno di confidarsi con qualcuno...
"Ne avete ancora per molto tempo ?" si informò Peppone con ira.
"Se mi dai una mano, in poco si finisce."
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però quando uno aveva un cronometro da accomodare bisognava che andasse da Peppone perché è così, e sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime.
Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barocci come uno del mestiere.
"Figuratevi adesso mi metto a pitturare i santi" borbottò. "Non mi avete mica preso per il sagrestano!". ritoccare col colore riparare le ammaccato re ed era già tardi ma don Camillo stava ancora lavorando in parrocchia in canonica senti bussare alla finestra e poco dopo andò ad aprire perché si trattava di Peppone Peppone si siede te mentre don Camillo riprende va le sue faccende e tutt'e due da Quero per un bel po' vecchio Dio e stiamo a un tratto Peppone con rabbia non avevi altro posto che venire in canonica a bestemmiare si informa calmo don Camillo non potevi me bestemmiare mentre eri alla sede non si può più neanche bestemmiare in sede borgo top Peppone perché anche se una bestemmia deve dare delle spiegazioni non Camillo prese a ritoccare con l'acca la barba di San Giuseppe in questo porco mondo un galantuomo non può più vivere escludiamo Peppone dopo un po' e cosa ti interessa domando don Camillo sei forse diventato un galantuomo lo sono sempre stato oh bella lui avrei mai immaginato don Camillo continuo a ritoccare la barba di San Giuseppe poi passò a ritoccare gli la veste c'è ancora il brutto giallo del uccisione dei tizi da risolvere tutti gli fidano e hanno paura di tutti compreso Peppone che teme di andare a finire in prigione esente bisogno di confidarsi con qualcuno mi avete ancora per molto tempo ci infermi si informo Peppone con ghiera se mi dai una mano un po' così finisce Peppone era meccanico e aveva mani grandi come va digli e dita enormi che facevano fatica a chiedersi però quando uno aveva un cronometro da accomodare bisognava che andasse da Peppone perché è così e sono proprio gli ormoni De Rossi che son fatti per le cose piccolissime villetta va la carrozzeria delle macchine e raggi delle ruote dei balocchi come uno del mestiere.
"Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!" borlotti.
"Non mi avete mica preso per il sagrestano!"
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello.
Peppone si trovò in mano la statuetta senza sapere come, e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino. Lui di qua e Don Camillo di là della tavola, senza potersi vedere in faccia perché c'era,tra loro, il barbaglio della lucerna.
"È un mondo porco" disse Peppone.
"Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso."
Don Camillo era assorbitissimo del suo lavoro: c'era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine. " E di me ti fidi?" chiese don Camillo con indifferenza.
"Non lo so."
"Prova a dirmi qualcosa, così vedi"
Peppone fini gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra. " Vorrei piantare li tutto" disse Peppone. "Ma non si può"...
Peppone sospirò ancora. "Mi sento come in galera" disse cupo.
"C'è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra" rispose don Camillo.
"Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco.
Ormai il bambino era finito e, fresco di colore e così rosa chiaro pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentire sulla palma il tepore di quel piccolo corpo.
E dimenticò la galera.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
" Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale" annunciò con fierezza Peppone. "Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno."
"Lo so" ammise don Camillo. "Anche la poesia per il vescovo l'aveva imparata a meraviglia."
Peppone si irrigidì. "Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate" esclamò.
"Quella la dovete pagare."
"A pagqre e a morire si fa sempre a tempo" ribattè don Camillo.
Poi vicino alla Madonna curva sul Bambinello pose la statua del somarello. "Questo è il figlio di Peppone, questa è la moglie di Peppone e questo Peppone" disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
"E questo è don Camillo" esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
"Bah! Fra bestie ci si comprende sempre"concluse don Camillo.
Uscendo Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa.
Poi udi risuonarsi all'orecchio le parole della poesia, che oramai sapeva a memoria.
"Quando la sera della vigilia me la dirà sara una cosa magnifica!"si rallegrò.
"Anche quando comanderà la Democrazia Proletaria, le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie!"
domenica 11 dicembre 2016
Stanchi e oppressi
Da "Un attimo di pace"
"Facciamo ogni giorno volontariamente cose che non vorremmo fare.
Schiacciati dentro un ingranaggio, acceleriamo la nostra vita per liberarci il tempo, ma abbiamo sempre meno tempo.Acceleriamo forse come risposta alla nostra finitezza, in definitiva come risposta alla morte.
Finché non arriva il giorno della stanchezza,il giorno della saturazione. La voglia di smettere, anche solo per un istante. Non per sempre. Smettere solo per un momento di essere madri, padri, insegnanti responsabili di qualcuno. Condannati alla prestazione perenne come tanti piccoli Prometeo moderni, mai come ora sentiamo forte l'invito di Gesù: "Venite a me voi che siete stanchi ed oppressi" E venne il giorno dello Sabbath, il giorno di sabato. Il giorno libero dal fare, per il giorno del non fare.
Il giorno di Dio"
Mancano ancora due settimane a Natale e da oltre un mese siamo attorniati da luci, addobbi e richiami a festeggiare con regali, decorazioni, riunioni familiari e pranzi luculliani, dando per scontato perché e chi si festeggia, o meglio si dovrebbe festeggiare a Natale.
Gli interessi economici e commerciali con insistenza, aperture con orari prolungati ed offerte allettanti ed imperdibili, ci bombardano e sottopongono gli addetti a turni logoranti che li fanno arrivare alla data fatidica stremati e con poco tempo e voglia di vivere in serenità questo santo giorno, senza potervisi preparare in modo adeguato.
Per festeggiare bene il Santo Natale è necessario seguire tante proposte?
Io non ho ancora decorato la mia casa e ricordando come un tempo il presepe e l'albero erano allestiti solo qualche giorno precedente, con attesa e speranza, mi fa sognare una festività senza tanti orpelli, ma accompagnata da dolci melodie e buoni e veri sentimenti
giovedì 8 dicembre 2016
La Favola di Natale
Da " Il sasso di Mimma Suraci"
La favola di Natale di Giovanni Guareschi
Scritta durante la prigionia nei campi di concentramento, nell'inverno del 1944, per allietare i compagni durante il loro secondo Natale da prigionieri, "La favola di Natale" di Giovannino Guareschi è ispirata da Freddo, Fame, Nostalgia, riconosciuti dall'autore come le proprie Muse. La poesia di un uomo che, in quanto soldato italiano, non si era arreso e si era fatto deportare per mantenere fede al proprio giuramento, è racchiusa in un racconto delicato pieno di ironia e speranza, una favola fatta di coraggio ed amore nonostante la disperazione del campo di concentramento. Albertino è un ragazzino che ha imparato a memoria una poesia da recitare a suo padre per la vigilia di Natale, ma il padre, prigioniero di guerra, non è a casa ed il bambino recita la poesia alla sedia vuota.
La finestra si apre all'improvviso ed i versi si trasformano in un uccellino che vola via nel vento. Allora Albertino decide di andare in cerca di suo padre insieme al cane Flick anche se i due non hanno mai viaggiato prima tranne che per andare dalla nonna, abitante nello stesso isolato. I due attraversano insieme la terra della Pace diretti verso la terra della Guerra e incontrano lungo la via molti personaggi, la favola di Natale di Giovanni Guareschi scritta durante la prigionia nei campi di concentramento , nel inverno del 1944 , serali ha i compagni durante il loro secondo Natale da prigionieri , la favola di Natale di Giovannino Guareschi è ispirata da freddo , fame , nostalgia , riconosciuti dall'autore come le proprie Muse . La poesia di un uomo che , in quanto soldato italiano , non si era arreso e si era fatto dei portare per mantenere sede al proprio giuramento , era chiusa in un racconto delicato pieno di ironia e speranza , una favola fatta di coraggio e d'amore nonostante la disperazione del campo di concentramento . Albertino è un ragazzino che ha imparato a memoria una poesia da recitare a suo padre per la vigilia di Natale , ma il padre , prigioniero di guerra , non è a casa ed il bambino recita la poesia alla sedia vuota . La finestra si aprì all'improvviso e diversi si trasformano in un uccellino che vola via nel vento . Allora Albertino decide di andare in cerca di suo padre insieme al cane lì che , anche se i due non hanno mai viaggiato prima tranne che per andare dalla nonna , abitante nello stesso isolato . I due attraversano insieme la terra della Pace diretti verso la Terra della Guerra e incontrano lungo la via molti personaggi, finché non raggiungono la Foresta degli incontri: una specie di terra di nessuno , dove finalmente si trovano davanti il padre di Albertino, che ha viaggiato in sogno per passare una notte speciale insieme al figlio.
"Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un "castello" biposto, e sopra la mia testa c'era la fabbrica della melodia . Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e in freddo liti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d'angora".
Così scrive l'autore nell' introduzione ricordando la collaborazione con Arturo Coppola, suo compagno di prigionia, che musicò la favola e diresse l'orchestra e il coro dei prigionieri per la rappresentazione "magica" che ebbe luogo la sera del 24 dicembre 1944, nel campo di concentramento.
"I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo, per l'umidità i violini si scollavano, perdevano il manico. Le voci faticavano ad uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo. Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del "teatro", zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l'orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il rumorista diede vita ai passaggi più movimentati".
domenica 4 dicembre 2016
Felicità e Amore: i veri Nomi di Dio
Da: "La cura dell'anima" di Anselm Grùn
Al giorno d'oggi come può Cristo essere il sale della terra? Che cosa significa questo nella società moderna?
Il sale condisce, disinfetta e conserva. Da questa metafora si evince che il cristiano non può semplicemente adeguarsi e seguire la corrente.
Con la sua vita, che è orientata a Gesù, rende testimonianza di un'altra possibilità dell'esistenza umana con Gesù.
Il cristiano cerca la volontà di Dio.
Bada di essere in pace con se stesso e con gli altri.
Al tempo stesso ha però anche il compito profetico di impegnarsi per la pacificazione di questo mondo, di prestare attenzione agli emarginati e denunciare le tendenze disumane della società odierna.
Non deve semplicemente accontentarsi di come vanno le cose. Dovunque la dignità umana è offuscata e trascurata, deve far sentire la propria voce.
Dev'essere il condimento della società.
E deve badare a non intorbidire con motivi egoistici il proprio impegno per il mondo.
domenica 27 novembre 2016
Elsa, unica...
Stavo pensando a un nuovo post da pubblicare, quando, anche per l'avvenimento accaduto venerdì, pensavo ad Elsa e mi sono detta:" Da tanto non presenti una persona particolare, a te cara. È il momento di Elsa!!!"
Eccomi a parlare di lei. Fa parte delle mie amiche del cuore, anche se la conosco da meno di un anno solo telefonicamente e attraverso i messaggi perché abitiamo a diverse centinaia di chilometri di distanza.
Erano entrati in tanti della sua zona in un gruppo di cui faccio parte, solo lei è rimasta!
La prima cosa che mi ha colpito in lei è stata la sua fede granitica che non si lascia scalfire da nessun contrattempo o imprevisto e sa come superarli. Affida tutto a Gesù e Maria e va avanti come un bulldozer, pregando giorno e notte sicura dell'aiuto dal Cielo e dell'esito positivo.
Sapevo che si occupava tutto il giorno del padre Francesco, ottantanovenne, mentre la sorella era al lavoro. inizialmente lui era mentalmente abbastanza presente, a volte assente perché affetto da alzheimer.
Discutevano spesso animatamente perché, mentre lei, assidua frequentatrice della chiesa voleva coinvolgerlo anche nella preghiera, lui, tenutosi sempre abbastanza lontano dalle pratiche religiose, si ribellava provocandola con parole e frasi per lei e per chi crede, oltraggiose e blasfeme.
Elsa però non si arrese mai, e pensando alla salvezza eterna del padre, ripeteva:
"Lui deve andare in Cielo con Gesù e Maria e riunirsi a mia madre che lo aspetta lassù".
I mesi intanto passavano come le difficoltà che aumentavano. Ogni tanto Francesco le chiedeva di andare a fare un giro in macchina e Elsa approfittava per andare a fare una visita nella chiesa di un' abbazia in un paese vicino. Lì Francesco si trasformava.
Si soffermava a pregare davanti agli altari e ad ogni statua e accendeva una candelina.
Assisteva alla messa e con l'aiuto di un sacerdote del luogo ha ricevuto anche più volte l'Eucaristia. Tornava a casa più tranquillo e i benefici duravano per un pò.
Anche la malattia purtroppo procedeva e diventava sempre più difficile gestirlo e respingere le sue manifestazioni aggressive. Elsa era sempre più stanca e provata, anche perché di notte non riposava. Aveva promesso a sua madre che si sarebbe presa cura del padre fino alla fine e ha mantenuto fede alla sua promessa.
Una caduta recente ha immobilizzato a letto Francesco e a poco a poco ha cominciato a spegnersi. Nel pomeriggio di venerdì con accanto Elsa che pregava con lui, ha lasciato questo mondo.
Brava Elsa, hai vinto tu, come dicevi sempre dopo una battaglia.
Grazie, per la forte testimonianza di fede e di amore filiale, in questo tempo in cui sempre più gli anziani concludono la loro esistenza in strutture pubbliche privi dalla presenza di una persona cara...
domenica 20 novembre 2016
Un Angelo capace di salvare la Vita
Da " Brodo Caldo per l'Anima
Angeli tra di noi "
Dobbiamo pregare gli angeli perché ci vengono dati come custodi
Sant'Agostino
Quando la mia auto sbandò su una strada deserta, temetti di essere spacciata.
Poi udii una voce sommessa e rassicurante e avvertii una presenza misteriosa e benevola. Erano le cinque e qualche minuto di un nevoso pomeriggio di novembre. Tornavo a casa dal lavoro e speravo di trascorrere una serata tranquilla. Quando girai l'angolo, un procione mi sfrecciò davanti alla macchina.
Sterzando per evitarlo, rimbalzai contro il ciglio, ma quando feci per tornare sulla carreggiata, il volante si bloccò. Presa dal panico, inchiodai, ma la vettura non si fermò e finii dritta contro un albero. I vetri si frantumarono e il metallo si accartocciò. Sbattei la testa, provai un dolore lancinante al busto e persi i sensi.
Quando aprii gli occhi fiutai un odore di fumo e benzina. Mi sforzai di riprendere conoscenza. Seppure stordita e confusa, capii, di essere in trappola ma poi mi voltai verso il finestrino e vidi un bell'uomo dal viso gentile con i capelli castani e gli occhi marroni. Indossava una camicia bianca senza giacca. "Sono morta?" domandai. Sorrise e scosse la testa. "No, è ancora viva", rispose dolcemente e aprì. la portiera distrutta con uno strato ne. Quindi mi spaccio. la cintura di sicurezza e mi prese in braccio.
Mi sembrò di fluttuare nell'aria quando mi estrasse dell'abitacolo e mi trasferì una decina di metri più in là, adagiato a terra. Tremando per lo shock e il sollievo, mi toccai la testa dolorante e sentii il sangue. Lo sconosciuto si inginocchiano e mi conforto, tamponamenti con un panno. Infine mi avvolse in una morbida coperta.
"Stanno arrivando i soccorsi. Andrà tutto bene.". Era così garbato e aveva una voce così soave che non potei fare a meno di rilassarmi. Il mio ricordo successivo sono i paramedici che mi caricava sull'ambiente e i vigili del fuoco che spiegheranno le fiamme sprigionare dall'auto. "Aspettate!"urla . "Devo ringraziarlo!".
"Ringraziare chi?" chiese un paramedico. Quandoggli racconta la storia, tuttavia, scrollò il capo. "Qui non c'era nessuno, quando siamo arrivati. Era stesa a terra...da sola".
"Che fine ha fatto la coperta in cui mi ha avvolta?".
" Non abbiamo trovato nessuna coperta".
All'inizio sospettano che avessi avuto un'illuminazione, ma qualcuno aveva chiamato il 911- anche se la telefonata non era rintracciabile e tutti conclusero che non sarei stata in grado di uscire dalla vettura per conto mio. "Ancora qualche minuto, e la macchina sarebbe esplosa con lei dentro", dichiarò il meccanico.
Cercai il mio salvatore per settimane, ma invano. Vedo ancora il suo viso ogni volta che chiudo gli occhi...
lunedì 14 novembre 2016
Dal Mondo...
Nella casa della formica la rugiada è un'inondazione...
Un cammello non prende in giro un altro cammello per le sue gobbo (Egitto)
Quando il vicino ha sbagliato tu alzi il dito, ma quando sei tu ad aver sbagliato, ti nascondi (Congo)
Solo lo stolto percorre correndo il cammino della vita senza soffermarsi ad osservare le bellezze del Creato (Tibet)
L'amore è cieco ma sa vedere da lontano (Russia)
Il fiume si ingrossa a causa dei piccoli ruscelli (Congo)
Quando l'ultimo albero sarà stato tagliato, l'ultimo animale abbattuto, l'ultimo pesce pescato, l'ultimo fiume inquinato, allora vi accorgerete che il denaro non si mangia (Indiani d'America)
Senza sofferenza non c'è scienza (Russia)
La tartaruga non abbandona la sua corazza (Lesotho)
Troppa oppressione può produrre un'esplosione (Palestina)
Sbagliando la strada si impara a riconoscere la propria (Tanzania)
Amerai sempre chi ti ama, fosse pure un cane (Marocco)
Un tarlo benché piccolino può far cadere un albero grande (Australia)
Le cime delle colline sono vicine, ma la strada che vi porta è lunga (Samoa)
Popolo senza educazione è come cibo senza sale (Etiopia)
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