venerdì 26 febbraio 2016

Ero straniero...e mi avete accolto


Da : UN ATTIMO DI PACE
   
         Ero straniero e mi avete accolto

Racconta Tolstoy di un uomo avido e risoluto di nome Brechunov che ritrova il suo bracciante Nikita assiderato e morente sopra una slitta. Dopo qualche istante di silenzio,  improvvisamente "si rimboccò le maniche della pelliccia,  e con tutte e due le mani s'accinse a spazzar via la neve dal corpo di Nikita e dalla slitta. Spazzata che ebbe la neve, Brechunov glisi coricò sopra, ricoprendolo con tutto il suo corpo per scaldarlo".
Non significava nulla per lui, niente gli era più estraneo di questo servo.
Quale obbligo, quale voce avrà costretto il padrone a non volgere il capo da un'altra parte?
Inizialmente sembra sia  l'orgoglio e un ridicolo senso di superiorità a muovere il padrone. 
Subito dopo, però,  emerge il piacere di condividere una comune debolezza: stendersi su Nikita sarà,  per il padrone, morire per il suo servo.
Sostituirsi a lui in un gesto che rivela il senso più profondo della nostra umanità. Vivere fino a morire perché l'altro viva.
La debolezza condivisa si rivela fraterna e fa ritrovare a Brechunov il senso perduto di un'esistenza condotta a rincorrere il successo e la fama.
Quel senso che Gesù mostrò a tutti noi, sostituendosi all'umanità intera perché la morte non la tocchi.

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